Picnic con vista macerie di Gaza
Ecco qui l’abisso della normalizzazione.
(Fonte foto: Corriere della Sera)
Sulle alture di Sderot, a ridosso del confine con la Striscia di Gaza (praticamente un chilometro di distanza), la polvere non fa in tempo a posarsi a terra che la quotidianità assume contorni paradossali e inquietanti.
Intere famiglie israeliane, quasi tutte del sud, si radunano ogni giorno con sedie pieghevoli, ombrelloni e cestini da picnic volgendo lo sguardo verso Gaza City, come se fosse un panorama naturale da ammirare. Eppure ciò che osservano non è un tramonto o una vallata: sono edifici che crollano, colonne di fumo nero che si innalzano, il frastuono delle esplosioni e le grida lontane di una città devastata.
Uno scenario di distruzione trasformato in uno sfondo per conversazioni leggere, fotografie sorridenti e momenti di svago, con qualche “wow!” di stupore misto a entusiasmo per lo scoppio delle bombe.
Spettatrici anche delle classi scolastiche, più spesso di Shabbat, ovvero il sabato di festa ebraica, che è un po’ l’equivalente di una nostra scampagnata di fine settimana ma senza il contesto che puzza di morte.
Si tratta di scene con una valenza simbolica potente, mostrandoci con chiarezza come l’orrore possa essere normalizzato fino a diventare parte integrante della vita quotidiana: mentre bambine e bambini giocano spensierati, altre bambine e bambini, poco più in là, lottano per la sopravvivenza sotto le macerie; genitori che brindano e coppiette felici che si baciano e promettono amore eterno, mentre oltre il confine famiglie intere scavano disperatamente a mani nude per salvare i propri cari in una corsa – anche – contro il tempo.
Il contrasto non è solo visivo: è morale ed esistenziale, mettendo in evidenza la distanza abissale tra chi vive nella sicurezza e chi invece è immersa/o nella vulnerabilità più estrema. Ma non solo, si pone così anche un netto distinguo tra chi si impegna per contrastare un certo orrore causato dal suo stesso Governo e chi invece quella tragedia la sostiene, o quantomeno la vive con indifferenza.
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La disumanizzazione
In questo squilibrio si manifesta il cuore stesso della disumanizzazione: da una parte abbiamo l’illusione di normalità rappresentata dal picnic, mentre dall’altra c’è la privazione radicale di ogni diritto (compreso quello all‘acqua, all’elettricità, ai rifugi e anche al tempo per elaborare il dolore).
Non si tratta soltanto di guerra ma della spettacolarizzazione della sofferenza, della riduzione del dolore collettivo a un fenomeno osservabile, concreto, tangibile. Che poi, questa dinamica non riguarda esclusivamente Gaza ma rappresenta una ferita etica all’intera umanità, un baratro che si apre quando l’altro individuo smette di essere riconosciuto come persona dotata di una dignità.
Indifferenza e complicità
Ogni risata e ogni fotografia scattata in questo contesto (che, a quanto pare, ha il costo inferiore a un euro) diventano segni di una coscienza collettiva anestetizzata. Ciò che accade quando la violenza viene interiorizzata come parte naturale della vita sociale rappresenta, in realtà, il rischio di una progressiva erosione dell’empatia, la riduzione della vita altrui a semplice rumore di fondo, appunto, assai meno rilevante di un bicchiere di vino o di una giornata di sole condivisa in amicizia. Questa indifferenza non è neutrale: è complicità, anche del genocidio in atto del popolo palestinese (qui vi lascio un articolo del Corriere con dichiarazioni agghiaccianti da parte di chi su quella collina dell’orrore ci è salito).
Uno sguardo sociologico
Il fenomeno dei picnic sulle colline di Sderot può essere letto come espressione estrema di una “banalizzazione del male” in chiave contemporanea: il conflitto prolungato, unito alla distanza simbolica tra “noi” e “loro”, ha prodotto un meccanismo di de-sensibilizzazione collettiva.
Il dolore dell’altro/a diventa uno spettacolo a cui assistere, un evento che rafforza l’identità di gruppo e riduce l’empatia verso chi viene percepito come essere nemico. In questo processo, la violenza si trasforma quindi in un rituale sociale, normalizzato e perfino condiviso come esperienza comunitaria: un caso emblematico di come le strutture sociali, politiche e culturali possano ridefinire la percezione della sofferenza fino a renderla accettabile e, paradossalmente, “fruibile”.
Un appello alla coscienza
Di fronte a immagini simili, come se non bastassero tutte le altre che ci passano sotto gli occhi ogni giorno dalla Palestina, lo sconcerto dovrebbe trasformarsi in indignazione critica spingendoci a riflettere sul punto in cui certa gente è arrivata: quella soglia, ormai superata da tempo, in cui la coscienza collettiva ha abdicato alla propria responsabilità.
Restare delle persone passive equivale a legittimare la svalutazione della vita umana e a rinunciare alla costruzione di una convivenza basata sul rispetto reciproco. Questo, forse più ancora delle bombe e delle macerie, resta il pericolo più grave: la perdita irreversibile della nostra stessa idea di umanità condivisa, dove alla base dovrebbe restare saldo il concetto di pace e il diritto a esistere, compreso quello del popolo palestinese.



Mi chiedo ogni giorno come abbiamo fatto ad arrivare a questo abisso di totale insensibilità e mancanza di umana empatia.
Orrore